Le donne sono lì, sono presenti alla crocifissione, sono presenti quando il corpo di Gesù è posto nel sepolcro, quando quella pietra viene fatta rotolare: c’erano fin dal principio, fin dalla Galilea, ora devono separarsi da Cristo, da colui che era stato con loro durante tutto quel cammino. Queste donne vanno alla tomba, con l’angoscia nel cuore, ma spinte dalla necessità dell’amore che le legava a Gesù: anche nella sua morte Egli rimane il motore di un cammino che non vuole arrestarsi. Vanno perché Cristo era stato l’artefice di quel tempo particolarissimo che avevano vissuto insieme a Lui e vanno all’alba, nel momento in cui la luce inizia a diffondersi: passaggio dalle tenebre alla luce, ma anche dalle tenebre della disperazione alla luce della speranza, dalle tenebre della morte alla luce della vita. E vanno presto perché hanno necessità di fare presto, per non essere viste e perseguitate, ma anche per affrontare quello che era successo, fretta di completare una separazione, di prendere respiro e trovare il coraggio di andare avanti.

Ripartire per cosa? Per dove? Come? Non lo sanno, se lo saranno chiesto, ma non pensavano sicuramente che l’opera di Dio le avrebbe fatte ripartire di corsa per la continuazione di quello che avevano vissuto, perché la morte era vinta e la vita trionfava. Proprio mentre vanno ci sono i segni dell’opera di Dio che si manifesta, il terremoto, l’uomo dalla veste bianca e la pietra che rotola. Le cose non vanno secondo i loro progetti; i loro pensieri si dimostrano inutili e fragili, esattamente come le guardie dinanzi al sepolcro. Il tentativo che facciamo di racchiudere la potenza della Risurrezione, di tenerla sotto controllo, è vano. C’è qualcosa di nuovo che nasce, d’impensato e d’insperato fino a quel momento: la pietra rotola e l’uomo vestito di bianco si siede su di essa. È il primo segno del trionfo. L’annuncio risuona, il crocifisso è risorto, il crocifisso è vittorioso. Alle donne spaventate il Risorto dice: “Non abbiate paura”. Siamo chiamati ad accogliere quell’invito anche se, come le donne, a volte siamo intimoriti, spaesati, tristi, angosciati, in cammino o fermi, in qualunque situazione della vita fisica e spirituale. Che cos’è dunque la Risurrezione? Se l’anima è immortale non ha bisogno di risorgere, quindi la risurrezione non riguarda l’anima ma il

Quali sono le nostre Galilee a cui siamo chiamati a ritornare? Bisogna tornare lì per riprendere il cammino con entusiasmo, perché tornare lì significa vedere il punto di partenza e tutti i fili rossi che da quel punto partono e si intrecciano nella nostra vita, come segni di un amore fedele da parte di Dio. Sono luoghi, sono persone, sono momenti che ci hanno dato una scintilla di vita, e ritornare ci fa bene, perché il nostro cuore, il nostro spirito si abitua, si anestetizza dall’abitudine della fede: non è qui, è risorto. La quotidianità ci fa dimenticare che quell’annuncio che la mia

la sua vita per noi e lascia nell’eucaristia la sua presenza di Risorto, vittorioso sulla morte. Troviamo lì l’entusiasmo di annunciare che Egli è vivo, crescendo nella confidenza e nell’affetto per Lui. E dovremmo gioire perché la nostra vita, innestata in Lui col Battesimo, è una vita che può guardare in faccia anche il mistero della morte. La morte non è più l’ultima parola sul nostro cammino, il Risorto ci innesta nella vita eterna e allora i nostri gesti hanno un valore eterno. Se lo incontriamo e la morte non è più l’ultima parola su di noi dobbiamo annunciarlo, gridarlo al

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