Intervento don Giuseppe Alemanno - Movimento dei Cursillos di Cristianità in Italia

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Intervento don Giuseppe Alemanno

Assemblea Nazionale di Frascati - Ottobre 2015


Una premessa
La convivenza presbiterale che abbiamo chiuso ieri ha messo in evidenza un rinnovato interesse per il Movimento da parte di un cospicuo numero di presbiteri (mai un così elevato numero di presenze presbiterali - ndr) che, a livello personale, affermano di aver ritrovato con il Cursillo il senso del loro ministero e del proprio servizio al Movimento. Tra l’altro, credo che abbiano ritrovato anche il senso di quelli aspetti che poi vengono lamentati come difficoltà quando ci si incontra con i laici all’interno del Movimento. In realtà si tratta di difficoltà presenti da qualche decennio, le stesse che troviamo nelle analisi fatte dal 2005 al 2007.
Siamo in un momento buono; è una grazia dello Spirito!

Un invito ai laici
Voglio dire ai laici presenti: voi che siete qui, cogliete questa opportunità, ponetevi accanto ai presbiteri con spirito libero e sincero, con spirito di fraternità e di corresponsabilità. Non parlo di collaborazione. Ci vuole anche la collaborazione, ma ora parlo di condivisione concreta e diretta quando ci sono realtà che la richiedono. Parlo di corresponsabilità. Parlo di condivisione, che non significa abbassare la testa e dire sempre “sì”. Significa confronto, significa ricerca, significa scelta. Perché bisogna confrontarsi con i presbiteri. Parliamo per il bene della Chiesa, per il bene del Movimento. Siamo un insieme di battezzati e noi presbiteri, da soli, non siamo Chiesa. La gerarchia, da sola, non è Chiesa. Insieme siamo Chiesa. C’è un’affermazione meravigliosa nella lettera agli Ebrei: “Tutti siamo figli di Dio e, in forza del Battesimo, siamo costituiti sacerdoti, re e profeti”. Quindi io non sono diverso. Abbiamo lo stesso Battesimo, la stessa natura umana. Magari io o un altro avremo più peccati, ma ci sono di mezzo la nostra sensibilità e la nostra docilità all’azione dello Spirito. Questo ci diversifica, ma tutti insieme, però, siamo santi in forza del Battesimo, siamo peccatori a causa della nostra debolezza. Allora camminiamo insieme, voi laici e noi presbiteri, nella vivenza, nella convivenza, nella testimonianza.

Sulla Convivenza presbiterale
Nella Convivenza presbiterale c’è stato un aspetto nuovo che non so se voi laici avete colto. Di sicuro i presbiteri l’hanno colto. E a ragion veduta.
Quanto sto per dire non è farina del mio sacco ma del gruppo che l’ha preparata; per cui non va alcun grazie a me ma grazie al Signore, grazie allo Spirito Santo che si è servito di quanti, con la loro preghiera, con la loro riflessione, con i loro consigli, con il confronto, hanno reso possibile questa Convivenza.
Nella Convivenza abbiamo utilizzato lo stile dell’Ultreya. Per costituire i gruppi abbiamo scelto, guardando i territori e la consistenza numerica dei presenti degli stessi territori, di suddividerli equamente per arricchire tutti. Ma l’obiettivo era uno solo: parlare di se stessi, della propria vita come ministri della Chiesa e come uomini, del proprio cammino e della propria esperienza nel Movimento. É servito a tutti noi per crescere, è servito per rinsaldare la comunione presbiterale, è servito per il contatto diretto guardandosi negli occhi e stringendosi le mani, è servito per condividere e crescere nella fraternità e nella disponibilità al Movimento. Sono segnali chiari - per quanto umanamente si possa fare e bisogna fare – atti a svolgere il proprio ruolo di servizio presbiterale. La disponibilità di tutti, la corresponsabilità di tutti, la preghiera di tutti permetterà allo Spirito di portare frutti.

Lavorare in gruppo
Da quello che ho detto è già emersa una cosa molto importante: lavorare sempre in gruppo. Lo richiede il Movimento. Il gruppo personale è alla base (io faccio gruppo da prima ancora di conoscere il Cursillo). Il cursillo mi ha dato la svolta, forte e determinante, nella mia vita, ma io facevo già gruppo. É stato - non vi scandalizzate – un gruppo misto. Dico misto perché in esso c’era sia presenza maschile, sia presenza femminile, laici e preti insieme. Mi hanno aiutato tanto, tanto, tanto ad essere sempre più “prete secondo il Vangelo”; dura da trentasei anni.
Siamo riusciti ad andare all’essenza. In parrocchia facevano tutto loro. Io mi occupavo della liturgia, dei sacramenti, dell’annuncio, della condivisione con le persone in difficoltà, delle loro famiglie. Questa è stata la mia vita di presbitero nella comunità parrocchiale e cerco di fare in modo che sia tale anche nel mio servizio all’interno del Movimento.

Sono necessari gesti concreti
Anche se non sono un buon oratore, mi accade talvolta di essere chiamato da qualche diocesi per delle ricorrenze: non serve. Mi si chiede di andarci per dare importanza : non serve. Abbiamo bisogno di presentarci davanti agli uomini per apparire? Lo fa già il mondo; il mondo tiene tanto alle apparenze. Dobbiamo farlo anche noi del Movimento? Occorrono gesti concreti. Tendo a dire spesso, anche durante le omelie: “Guardate la tovaglia sugli altari delle vostre chiese. Trovatene una che sia uguale su tutti e quattro i lati”. In genere, quello che conta è ciò che la gente vede dell’altare. La parte bella della tovaglia è quella posta sul lato di fronte ai fedeli. La parte posteriore può anche essere rattoppata, lacerata, non rifinita perché … tanto non la vede nessuno.
Quello che importa è ciò che avviene su quella mensa. É mensa di comunione, è mensa di condivisione, è mensa di corresponsabilità, è mensa che è stata affidata a noi presbiteri dalla Chiesa per la santificazione, è mensa su cui Cristo si offre.
E allora, come nelle nostre case quando deve arrivare qualcuno cerchiamo di curare tutti i particolari non per fare bella figura ma perché sentiamo la gioia di offrire il meglio a chi accogliamo, e allora - a incominciare da me - dobbiamo dare l’esempio. Non possiamo trascurare l’ambiente, la struttura della Chiesa in cui si celebra l’Eucarestia e, quindi, anche della mensa. Il meglio è far sentire a loro agio i fratelli che vengono, è farli sentire accolti, farli sentire “fratelli”.
Spesso noi parliamo di tante belle cose: parole, frasi, espressioni … le abbiamo già imparate, ma Santa Teresa diceva che l’amore si nota anche nelle piccole cose.
Nella mia terra c’è un proverbio che dice “All’assaggio si valuta il formaggio”.

Sulla proposta formativa
Voglio fare un accenno ad una proposta formativa che non è ancora definita perché - in effetti non c’è nulla di nuovo in quello su cui si sta lavorando - quello che si è portato avanti nella revisione dei rollos è una tappa di questo itinerario. Si tratta di un alleggerimento dalle incrostazioni - come la rimozione della “polvere” dai mobili - che il tempo ha messo addosso al Movimento. Si sta cercando di riportare alle origini (ma è un parere personale) il carisma; è proprio quello che il papa e i vescovi ci hanno chiesto anni fa e che hanno ripetuto più volte. In realtà tutto quello che si sta facendo è nell'ottica dei rollos che sono stati proposti all'Assemblea e, nel momento in cui sono votati dalla stessa, diventano “obbligo” per tutti.
Non dobbiamo dimenticare che c’è l’Associazione voluta dai vescovi e dalla Chiesa. L’unità, a livello nazionale, è fondamentale. Diversamente non siamo Chiesa. Anche se si fa fatica, anche se, come accade a me con l’età, tante cose non riesco a coglierle subito, mi rendo conto che devo mettermi là, incollarmi alla sedia e, se non riesco da solo, so che devo chiedere, che devo farmi aiutare, farmi spiegare perché io capisca. Solo così mi rendo disponibile all’azione della Grazia, all’azione dello Spirito. É fondamentale questo!
Quando si registrano situazioni anomale all’interno delle diocesi, in particolare sulla formazione, forse non si è stati aiutati a recepire questo messaggio, forse c’è chiusura mentale, forse (lo dico papale-papale) c’è gestione di potere. Siamo chiamati ad essere una sola cosa, quindi a seguire il cammino che un gruppo di persone (non sono molte ma neanche poche), dopo aver studiato, riflettuto, pregato, ascoltato e discusso, propone. Io faccio fatica a proporre da solo, ho bisogno del gruppo per confrontarmi e accetto volentieri -mi sono allenato nella vita - che la mia tesi possa essere messa in minoranza. In questo caso la tesi portata dalla maggioranza deve diventare la mia tesi. Questo crea comunione, questo crea l’unità. Questo! purché il rapporto di maggioranza/minoranza non diventi strumentale e finalizzato ai propri interessi ma sia al servizio di Cristo, al servizio della Chiesa e del bene dei fratelli del Movimento; il Movimento è orientato a portare ai fratelli questo grande dono dell’Amore di Dio.
Questo, come esperienza, può trasformare la vita per un cammino di comunione intima col Signore che cresce giorno per giorno. L’abbiamo ascoltato anche da padre Toni nelle esperienze che ci ha riferito.
Allora nulla di nuovo, si continua su questa scia dei rollos che trovano Cristo, la persona, l’amicizia come cardini, come pilastri fondanti del Movimento che sono, possiamo dire, l’essenza del carisma. É su questo che si sviluppa, adeguandola all’oggi, la proposta formativa.

Tra i motivi dell’attesa della proposta formativa
Non mi dilungo, ma posso assicurare che c’è un gruppo di studio che sta lavorando da settembre dell’anno scorso.
Va considerato anche:
 che nei prossimi mesi ci sarà la pubblicazione della nuova edizione delle “Idee fondamentali”,
 che oggi si chiude il Sinodo,
 che c’è il Convegno ecclesiale sulla famiglia.
C’è un gruppo che è attento a cogliere ciò che proviene da questi momenti di studio per “tradurre e non tradire il carisma” così come ci ha detto il Papa.
Sarà poi l’assemblea a valutare, sottoscrivere, orientare o modificare o rifiutare gli elementi di riferimento presenti nell’offerta della proposta formativa. Questa proposta, finalizzata anche per lo studio nelle Scuole Responsabili nel ciclo - annuale, biennale, triennale - è subordinata, quindi, anche a tutti questi aspetti.

Parlare di carisma è parlare di metodo, non possiamo scindere le due cose perché se noi parliamo solo di “metodo” inficiamo il carisma; se parliamo solo di carisma, mantenendoci nelle “alte sfere” della riflessione, non obbediamo all’invito di Papa Francesco di “non tradire” il carisma e non siamo in sintonia con i Fondatori perché i due aspetti “carisma e metodo” sono legati profondamente. Ecco perché non c’è ancora ad oggi una proposta formativa completa.
Quello che è stato fatto fino a qualche mese fa, viene ad essere praticamente sospeso perché possa essere modificato, semplificato e rivisto alla luce di questi ultimi accadimenti.
Faccio un esempio. Nei testi di alcuni rollos c’è già un’apertura che il Movimento ha fatto riguardo le situazioni anomale nella vita matrimoniale. Il loro contenuto è molto rispettoso della linea della Chiesa ma, al contempo, mostra già un’apertura quando ancora sono in vigore le vecchie normative, le vecchie impostazioni. Questo perché il nostro, essendo un movimento di laici, un movimento radicato nel popolo di Dio, ha la sensibilità di cogliere ciò che l’uomo vive e quindi cerca una risposta serena, tranquilla, ma anche di attenzione alla persona.
Ora, sulla base delle conclusioni a cui si giungerà dopo la chiusura dei vari appuntamenti ecclesiali e su quanto deciderà il papa, arriveremo a formulare proposte concrete e ad indicare uno sviluppo nel tempo relativo al cammino che sceglieremo di fare. In questi giorni, anche padre Toni e Loren (gli ospiti di Palma di Mallorca ndr), che hanno offerto la loro testimonianza, hanno accennato a questi aspetti.

Siamo chiamati a convertirci ogni giorno
Nell’atteggiamento di docilità allo Spirito, nella volontà di servire la Chiesa che significa servire Cristo nella fedeltà al Vangelo, nella voglia di mettersi al servizio dei fratelli, avendo sempre nel cuore l’esperienza del Cursillo, ognuno di noi, dinanzi ad un’assemblea e ad un rappresentante visibile della Chiesa o davanti al Vescovo ha ascoltato “Cristo conta su di te” ed ha risposto “E io su di Lui”.
Davanti a questa realtà, se il Cursillo ha inciso profondamente nel nostro cuore, la nostra conversione non è finita quella sera perché, in realtà, conoscendo sempre più Cristo, siamo chiamati a convertirci ogni giorno nelle situazioni concrete di vita e, se il bene lo richiede, ci mettiamo al servizio; se il bene non lo richiede, ci mettiamo da parte.
E’ questo un grande problema dei nostri gruppi …! Se Cristo conta ancora un po’ nella mia vita, mi metto da parte, ma non me ne vado via, faccio un passo indietro e spingo un altro avanti. Nella Chiesa è doveroso avvicendarsi nel servizio reciproco. Nelle normative diocesane e nelle indicazioni generali della Chiesa, alcuni ministeri - nella distribuzione dell’Eucarestia ad es. - devono essere temporanei. Quando il mio vescovo emise il decreto per l’attribuzione degli incarichi disse “per un periodo …”. In genere, nei doveri dei parroci è compresa la capacità di promuovere l’avvicendamento dei laici nei servizi alla comunità. Dal primo all’ultimo dovremmo servire la comunità, servire i fratelli. Ma il “primo” nella comunità chi è? Quello che mi dà soldi? Quello che ha i titoli? Il “primo”, nella parrocchia, dovrebbe essere colui che rende trasparente Cristo in mezzo alla strada.
Questo è lo spirito della Chiesa: capacità di mettersi accanto, capacità di fare un passo indietro, di spingere, di sostenere, di incoraggiare uno che sbaglia, non di puntargli il dito. E mentre faccio questo col fratello o con la sorella intensifico la preghiera, non quella fatta di formule di pietà; pietà non è il solo recitare tante formule, ma è preghiera con la testa e il cuore insieme, preghiera con la vita per crescere nella comunione profonda, preghiera che mi fa entrare nel rapporto profondo con Cristo, sempre, ogni istante. Lui mi alimenta, Lui mi illumina, Lui mi sorregge, Lui mi incanta, mi porta alla contemplazione, mi riempie di sé stesso e mi rende possibile operare, pur tra le difficoltà, nella vita di tutti i giorni. Questo il nostro obiettivo, questo è il nostro cammino non c’è ne sono altri.

Si sbaglia in due
Quando sento parlare di alcune questioni resto amareggiato e dico che non è una sola parte che ha sbagliato, che non è l’altra, non è uno soltanto, quello che accusa e sottolinea l’errore, ma entrambe le parti hanno sbagliato.
Cristo dov’è…? sull’altare …? Nel tabernacolo?… Cristo è Crocifisso!
L’altro giorno ai confratelli ricordavo che l’altro lato della croce è libero. Allora Gesù ci dice. “Se tu rispondi alla mia amicizia, vieni, stammi accanto. E non ti preoccupare. Su questa croce ci sono già io. Sono io che la reggo, però mi serve il tuo conforto, mi serve la tua vicinanza, il tuo contatto, così io potrò essere aiutato a trasformare il mondo, così io potrò essere aiutato a salvare tutti gli uomini”.
Questa è la nostra dimensione. Non ci sono altre strategie. Possiamo parlare di relazioni, possiamo parlare di tante cose: perdiamo tempo. É un po’ forte la mia affermazione, me ne rendo conto. Però l’essenza è quella.
Mi è piaciuta una lettera che ho letto recentemente. É la testimonianza di un fratello indirizzata ad un altro fratello in una situazione di difficoltà, di controversia.
Forse può essere utile anche a voi e non solo all’interessato. Questo il contenuto dello scritto del quale leggo la parte più interessante:

“ … Nonostante il nostro cammino di fede, continuiamo ad essere portati a mettere il nostro io davanti a Dio. Non è questo l'insegnamento del Vangelo che ci spinge, invece, a perdonare sempre ("fino a settanta volte sette"). L'orgoglio e la polemica non hanno mai costruito nulla di buono. Lo stesso San Pio da Pietrelcina, che tutti conosciamo, per fare un esempio tra i Santi più vicini a noi (ma come lui tanti altri Santi sono stati "poco graditi"), è stato obbligato addirittura a non celebrare la S. Messa in pubblico. Anche lui non era gradito, ma la sua obbedienza alla Chiesa, la sua aderenza al Vangelo - e non l'orgoglio - lo hanno fatto diventare Santo. Se vogliamo seguire il Vangelo non possiamo permetterci di lasciarci travolgere dall'orgoglio, in nessuna circostanza della nostra vita. Nel momento in cui dovessimo giudicare o condannare un fratello che ha sbagliato ci saremmo posti nella sua stessa identica condizione. Una delle prime cose che ascoltiamo al corso è la meditazione sul Padre Misericordioso. Dobbiamo riconoscerci in quell'immagine del padre che corre incontro al figlio ritrovato e non nell'altro figlio che contesta. Se qualcosa non funziona, non è il Movimento che non funziona, non è il suo Carisma che non è valido, ma alcuni di noi che, nella loro fragilità, inciampano. Se la Chiesa non funziona non è Dio che ci delude ma noi uomini che deludiamo Dio. Pur condividendo i tuoi sentimenti, non approvo il tuo sfogo, né i commenti di coloro che sono pronti a gettare fango sul Movimento. Sarebbe stato meglio dedicare questa grande sofferenza interiore come intendenza per la buona riuscita dei nostri corsi di cristianità e per il nostro Movimento. Come sarebbe meglio PREGARE E PERDONARE, anziché perdersi in commenti e in sfoghi che sicuramente non sono aderenti a quanto la PAROLA DI DIO ci insegna. PREGHIAMO TANTO, quindi, per il nostro Movimento, per i corsi che si stanno preparando e per i fratelli e le sorelle che vi parteciperanno. Facciamo in modo che queste brutte esperienze ci aiutino a crescere e costruire e non a distruggere. Ti voglio un bene dell'anima. ULTREYA e DE COLORES SEMPRE.

Intendenze e preghiera
Ci sono delle intendenze che fanno sanguinare stando vicini alla croce, all’altro lato della croce, l’altro lato che dobbiamo ricoprire. Fare delle intendenze con la preghiera è utile, è buono, ma è facile. Un conto è che sia un bambino a dire “Papà, o mamma, ti voglio bene” col suo cuore sincero, un conto è che lo dica un adulto.
Questo dire “ti voglio bene …”può essere vero e sincero ma va dimostrato con i fatti. Se le mie azioni, i miei piccoli gesti non lo dimostrano, quel “ti voglio bene” può essere una bella parola ma non serve a niente. Ho portato l'esempio di papà e mamma, ma vale anche tra marito e moglie, tra fratelli, tra confratelli nel presbiterio, ovunque sia.
Nelle mie preghiere io dico e/o chiedo soltanto. Qualche volta, quando sono sollecitato nello spirito, nell’animo, arriva il momento in cui Gesù mi chiede di stare sulla croce accanto a Lui, di dare qualche goccia, non tutto, del mio sangue. Nella mia vita ci sono queste cose. Quando mi arriva qualcosa tra capo e collo - dicevo ad un confratello parlando della mia esperienza - a volte reagisco. Ma Lui alla fine deve vincere. Non so il perché e arrivo a dire: “Così vuoi?!” oppure “va bene, non ti preoccupare” e mi giro di spalle, mi pongo da un’altra parte. Se invece io Gli dico “Faccio quello che vuoi tu perché so che è l’unica cosa che conta”, allora io mi impegno, tutto, totalmente, fino in fondo, perché solo così potrò … Solo lui realizza quel cammino nella mia vita di presbitero che dovrebbe portarmi a dire fino agli ultimi istanti di vita: “Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me”.

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Gianluigi Genovese
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