Movimento dei Cursillos di Cristianità in Italia

Cursillos di cristianità in Italia
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Un Movimento di Chiesa che, mediante un metodo proprio, rende possibile la vivenza e la convivenza del fondamentale cristiano, aiuta la singola persona a scoprire e a rispondere alla propria vocazione personale e promuove la creazione di gruppi di cristiani che fermentino di vangelo gli ambienti".
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Nessuna condizione umana può costituire motivo di esclusione. Nessuna condizione umana può essere motivo di esclusione dal cuore del Padre e l’unico privilegio agli occhi di Dio è quello di non avere privilegi, di non avere padrini, ma di essere abbandonati nelle Sue mani”.

Il Papa all'angelus del 31 Gennaio



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Ringrazio per i tanti apprezzamenti  positivi  sulla nuova veste grafica, nata dalla richiesta di un'impostazione più giovanile, che rendesse agevole la lettura.  Nella testata il Carisma del Cursillo appare come un contenitore da cui esce un fumo colorato (il buon profumo di Cristo) che mette in precipitosamente in fuga i nostri diavoletti, sotto lo sguardo sbigottito di santi e padri della Chiesa.
Siamo ancora in una fase di transizione con un progressivo aggiornamento delle varie parti del sito. In contemporanea sto agendo sulla visualizzazione su smartphone e tablet.
Si comunica che, a seguito di un aggiornamento del software per la gestione della piattaforma internet, sono stati cancellati i dati inseriti nelle pagine diocesane. Ci scusiamo per il disagio ed invitiamo i coordinatori diocesani e territoriali a reinserire nuovamente le informazioni richieste, le foto dei Vescovi non saranno inserite. Nel caso si riscontrassero oggettive difficoltà potrete contattare il webmaster.

ESORTAZIONE APOSTOLICA
POSTSINODALE
AMORIS LAETITIA
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
AI VESCOVI
AI PRESBITERI E AI DIACONI
ALLE PERSONE CONSACRATE
AGLI SPOSI CRISTIANI
E A TUTTI I FEDELI LAICI
SULL’AMORE NELLA FAMIGLIA

Un anno di “straordinario coraggio”, che non si esaurisce nell'”oltrepassare una porta”, ma ha il sapore di una “sfida 

“Una chiesa della carità è la frontiera più avanzata della democrazia, la porta aperta dell’umanità contrapposta ai muri dell’intolleranza, della violenza, dell’indifferenza, dell’idiozia inumana”.

La portata rivoluzionaria di questo Giubileo mi pare evidente. Si pensi alla sua stessa straordinarietà, alla sua proclamazione imprevista. Straordinario è poi il suo carattere decentrato: l’apertura simbolica della Porta Santa nell’assoluta marginalità di Bangui, chiamata ad essere il centro della chiesa universale, rivela come, nella logica eversiva della carità, l’escluso, l’ultimo, il marginale, il povero sia il centro irradiante del mistero salvifico della fede.

All’apertura della Porta Santa della basilica di S. Pietro c’erano due papi, uno regnante e uno emerito, e tutto è cominciato con un abbraccio fraterno tra di loro, a 50 anni esatti dalla chiusura del Concilio Vaticano II. 
La portata simbolica di quell’abbraccio mi pare sia nella logica della deposizione rivelata come segreto dello stesso ministero papale, in piena continuità con il Concilio Vaticano II. 

L’apertura di una Porta Santa della Carità a Roma, le udienze giubilari del sabato, i “venerdì della misericordia”: rivelano che la misericordia è ‘incontenibile’, che il tempo non basta, che le occasioni di accoglienza e di incontro non possono che essere moltiplicate.

La carità, la misericordia è un’emorragia. E cos’è l’eucarestia se non la presenza incontenibile del donarsi?

Quello che si è appena concluso, così come l’intero pontificato, è un Giubileo fatto non solo di parole, ma anche di gesti e di immagini: Oltre all’apertura della Porta Santa a Bangui, in una chiesa semplice, umilissima, per me rimarrà incancellabile la visita di papa Francesco a Lesbo il 16 aprile, l’incontro ecumenico con il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo e l’arcivescovo di Atene Ieronymos II: l’unico autentico “luogo” della chiesa della misericordia è tra i migranti, i respinti, i confinati, gli affogati nel “mare nostro”, tra coloro che l’Europa non vuole accogliere o pretende di accogliere “con il contagocce”. Un mare e il contagocce… Quel gesto di esposizione radicale è un’altissima sfida morale e politica a un’Europa sazia, indifferente, vile, troppo spesso prigioniera dell’egoismo, la cui umanità sta soffocando nella preoccupazione quasi patologica di sicurezza e di benessere materiale o, peggio ancora, del tutto superfluo.

L’Europa dovrebbe ricordare che l’ospitalità precede la proprietà, in quanto ciascuno di noi è se stesso soltanto in quanto chiamato all’essere, accolto, nutrito, visitato dall’altro.

Gli ultimi due eventi giubilari – il Giubileo dei carcerati e quello delle persone socialmente escluse – sono stati anche un appello, per così dire, “politico” alla misericordia come “inclusione”, per spalancare le braccia ai tanti “Lazzari” che in tutto il mondo sono fuori delle nostre case…
“Il papa venuto dalla fine del mondo” non poteva non indicare negli esclusi e negli imprigionati il luogo nel quale Gesù è presente: la misericordia, quella misericordia che il pensiero classico guardava con sospetto perché indecorosa testimonianza di debolezza e miseria, è sempre fuori luogo.

Il Papa, nei suoi atti apparentemente eversivi, ha la forza di essere elementare, evangelicamente “fondamentalista”.

Il miserabile “Lazzaro” è Gesù stesso: se il cristiano non lo accoglie, misconosce Gesù; se lo accoglie, vive di Gesù, così come vive di Gesù il non cristiano, il laico o l’ateo che si apre al prossimo.

Al di là dei numeri, l’impatto del Giubileo sul “popolo di Dio”, ma anche sui cosiddetti “lontani”? delinea una immagine di Chiesa  di straordinario coraggio, di esposizione radicale all’altro che viene: esposizione che è rischio e salvezza, persino pericolo di morte, eppure unica autentica possibilità di resurrezione e vita spirituale. Questo coraggio di continuare a testimoniare fino in fondo Gesù non si esaurisce nel rito, altrimenti superstizioso, di oltrepassare “una volta” una porta, ma si realizza nella quotidiana capacità di essere aperti alla visita dell’altro, che è lo stesso regno di Dio che viene.


Bacheca di Nino Monaco

8 dicembre 2016  

Festa dell’Immacolata Concezione.


Lo so bene: non e un’invocazione da mettere nelle litanie lauretane. Ma se dovessimo riformulare le nostre preghiere a Maria in termini più umani il primo appellativo da darle dovrebbe essere questo: donna senza retorica.

Donna vera, prima di tutto. Come Antonella, la ragazza di Beppe, che ancora non può sposarsi perché disoccupata e anche lui è senza lavoro. Come Angela, la parrucchiera della città vecchia che vive felice con suo marito. Come Isabella, la vedova di Leo che il mese scorso è morto in un naufragio lasciandola con tre figli sulle spalle. Come Rosanna, la suora stimmatina che lavora tra i tossicodipendenti della Casa di accoglienza di Ruvo.

Donna vera, perché acqua e sapone. Perché senza trucchi spirituali. Perché, pur benedetta tra tutte le donne, passerebbe irriconoscibile in mezzo a loro se non fosse per quell'abbigliamento che Dio ha voluto confezionarle su misura: «vestita di sole e coronata di stelle».

Donna vera, ma, soprattutto, donna di poche parole. Non perché timida, come Rossella che tace sempre per paura di sbagliare. Non perché irresoluta, come Daniela che si arrende sistematicamente ai soprusi del marito, al punto che tronca ogni discussione dandogli sempre ragione. Non perché arida di sentimenti o incapace di esprimerli, come Lella, che pure di sentimenti ne ha da vendere, ma non sa mai da dove cominciare e rimane sempre zitta.

Donna di poche parole, perché, afferrata dalla Parola, ne ha così vissuta la lancinante essenzialità, da saper distinguere senza molta fatica il genuino tra mille surrogati, il panno forte nella sporta degli straccivendoli, la voce autentica in una libreria di apocrifi, il quadro d'autore nel cumulo delle contraffazioni.

Nessun linguaggio umano deve essere stato così pregnante come quello di Maria. Fatto di monosillabi, veloci come un "sì". O di sussurri, brevi come un fiat. O di abbandoni, totali come un amen. O di riverberi biblici, ricuciti dal filo di una sapienza antica, alimentata da fecondi silenzi.

Icona dell'antiretorica, non posa per nessuno. Neppure per il suo Dio. Tanto meno per i predicatori, che l'hanno spesso usata per gli sfoghi della loro prolissità.

Proprio perché in lei non c'è nulla di declamatorio, ma tutto è preghiera, vogliamo farci accompagnare da lei lungo i tornanti della nostra povera vita, in un digiuno che sia, soprattutto, di parole.

Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi inguaribilmente malati di magniloquenza.

Abili nell'usare la parola per nascondere i pensieri più che per rivelarli, abbiamo perso il gusto della semplicità.

Convinti che per affermarsi nella vita bisogna saper parlare anche quando non si ha nulla da dire, siamo diventati prolissi e incontinenti.

Esperti nel tessere ragnatele di vocaboli sui crateri del "non senso", precipitiamo spesso nelle trappole nere dell'assurdo come mosche nel calamaio.

Incapaci di andare alla sostanza delle cose, ci siamo creati un'anima barocca che adopera i vocaboli come fossero stucchi, e aggiriamo i problemi con le volute delle nostre furbizie letterarie.

Santa Maria, donna senza retorica, prega per noi peccatori, sulle cui labbra la parola si sfarina in un turbine di suoni senza senso. Si sfalda in mille squame di accenti disperati. Si fa voce, ma senza farsi mai carne. Ci riempie la bocca, ma lascia vuoto il grembo. Ci dà l'illusione della comunione, ma non raggiunge neppure la dignità del soliloquio. E anche dopo che ne abbiamo pronunciate tante, perfino con eleganza e a getto continuo, ci lascia nella pena di una indicibile aridità: come i mascheroni di certe fontane che non danno più acqua e sul cui volto è rimasta soltanto la contrazione del ghigno.

Santa Maria, donna senza retorica, la cui sovrumana grandezza è sospesa al rapidissimo fremito di un fiat, prega per noi peccatori, perennemente esposti, tra convalescenze e ricadute, all'intossicazione di parole.

Proteggi le nostre labbra da gonfiori inutili. Fa' che le nostre voci, ridotte all'essenziale, partano sempre dai recinti del mistero e rechino il profumo del silenzio.

Rendici come te, sacramento della trasparenza.

E aiutaci, finalmente, perché nella brevità di un "sì" detto a Dio ci sia dolce naufragare: come in un mare sterminato.


Don Tonino Bello

Bacheca di don Giuseppe Alemanno
LINK A SITI DIOCESANI
LINK A SITI CATTOLICI
IL PAPA SENZA TETTO

Papa Francesco
ha aperto il colonnato di san Pietro
ai clochards.
Dal suo costato
nasce il servizio
di barba e docce agli ultimi del mondo.
I derelitti sono
la prova del nove di questa civiltà.
Il papa è un senza tetto
come un giglio dei campi
del Vangelo:
ha per tetto il cielo.

31 gennaio 2015
Giuseppe Limone

Opere di misericordia spirituale
1 - Consigliare i dubbiosi
2 - Insegnare agli ignoranti
3 - Ammonire i peccatori
4 - Consolare gli afflitti
5 - Perdonare le offese
6 - Sopportare pazientemente le persone moleste
7 - Pregare Dio per i vivi e per i morti

                                                 Approfondimenti
Opere di misericordia corporale
1 - Dar da mangiare agli affamati
2 - Dar da bere agli assetati
3 - Vestire gli ignudi
4 - Alloggiare i pellegrini
5 - Visitare gli infermi
6 - Visitare i carcerati
7 - Seppellire i morti 
                                               Approfondimenti

LE OMELIE DI PAPA FRANCESCO
I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente”, con libertà e nella verità della fede. Lo ha affermato il Papa all’omelia della Messa del mattino, celebrata in Casa Santa Marta. Francesco ha riflettuto sul discernimento che la Chiesa deve operare guardando ai “segni dei tempi”, senza cedere alla comodità del conformismo, ma lasciandosi ispirare dalla preghiera. 

Un buon sacerdote sa “commuoversi” e “impegnarsi nella vita della gente”. E’ uno dei passaggi dell’omelia mattutina di Papa Francesco a Casa Santa Marta, pronunciata in spagnolo. Dio, ha detto il Pontefice, “ci perdona come Padre, non come un impiegato del tribunale”. 

Dio non abbandona mai i giusti, mentre quelli che seminano il male sono come degli sconosciuti, dei quali il cielo non ricorda il nome. È l’insegnamento che Papa Francesco ha tratto dalle letture del giorno della Messa mattutina, celebrata in Casa S. Marta.
Guardarsi dai dottori della legge che accorciano gli orizzonti di Dio e rendono piccolo il suo amore. E’ uno dei passaggi dell’omelia di Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta, incentrata sul comandamento dell’amore e la tentazione di voler essere controllori della salvezza.
C’è un «virus» potente e pericoloso che ci insidia, ma c’è anche un Padre «che ci ama tanto» e ci protegge. È la subdola seduzione dell’ipocrisia al centro dell’omelia di Papa Francesco durante la messa celebrata a Santa Marta la mattina di venerdì 16 ottobre.
Gli accorati «perché» rivolti insistentemente a Dio dagli uomini ritornano anche, nero su bianco, nelle tante lettere che Francesco riceve ogni giorno. Lo ha confidato egli stesso, condividendo i sentimenti di una giovane madre di famiglia di fronte al dramma del tumore, e di un’anziana donna che piange il figlio assassinato dalla mafia. Hanno scritto al Papa chiedendo perché i malvagi sembrano essere felici mentre ai giusti le cose vanno sempre nel verso sbagliato. È proprio a questi forti interrogativi che il Pontefice ha risposto celebrando giovedì mattina, 8 ottobre, nella cappella della Casa Santa Marta. E assicurando che Dio non abbandona mai chi si affida a Lui.
 

WebmasteR

Gianluigi Genovese







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